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lunedì 18 aprile 2011

La scomparsa della scienza

Da cinquant'anni non riesce più a dialogare con la politica C’è un episodio che spiega il ruolo che, appena ottenuta l’Unità, i “padri della patria” pensano di affidare alla scienza nella costruzione della nazione. Quintino Sella è una delle più ragguardevoli espressioni della Destra storica. È a lui che si deve la legge delle Guarentigie, approvata nel 1871 ma respinta da Pio IX, destinata a regolare i rapporti con la Santa Sede fino ai Patti Lateranensi del 1929. Lo storico Theodor Mommsen gli chiede delucidazioni sul futuro di Roma: “Che cosa intendete fare a Roma? (…) a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti. Sia l’Impero che il Papato guardavano al mondo. Ma voi? Quale idea ecumenica potrà giustificare la vostra presenza sui colli fatali?”. Sella risponde senza esitazioni: “La Scienza”, rigorosamente con la S maiuscola. L’Italia nasce come nazione con una significativa presenza nella nuova classe dirigente degli uomini di scienza che trasferiscono il proprio impegno civile nelle aule parlamentari. È anche grazie a una tale presenza che la scienza sembra destinata a un ruolo fondativo nella costruzione dell’identità nazionale e nel tentativo di agganciare le realtà europee più evolute. Sul fronte dei rapporti tra scienza e società, il clima che si respira all’inizio del Novecento è ancora sostanzialmente positivo. Qualcosa però è cambiato. Molti degli uomini di scienza, prestati alla politica, sono tornati ai loro studi. Governo e aule parlamentari vedono una presenza di politici di professione che esprime un raffreddamento dell’osmosi con la società civile. La luna di miele è terminata e alcuni scienziati cominciano a lamentarsi della scarsa attenzione che ricevono dal potere. Il chimico Raffaello Nasini: “Quel poco che abbiamo si ottenne per mezzo di uomini veramente grandi che furono il Matteucci e poi il Sella, ed anche, per la loro cooperazione, il Brioschi, il Cremona, il Cannizzaro. Essi, e alcuni altri, furono insieme uomini politici, governanti e uomini di scienza (…). Allora, strano a dirsi, esisteva una coscienza scientifica nel Paese, che adesso è spenta”. Il matematico Vito Volterra crede ugualmente nel dialogo con la classe politica e nel 1907 fonda la Sips. La Società italiana per il progresso delle scienze vuole realizzare un luogo di incontro tra le diverse specializzazioni ma anche rendere visibile la candidatura della comunità scientifica per dirigere il paese. I gruppi di potere non possono trascurare la presenza degli scienziati, che costituiscono un segmento fondamentale della classe dirigente. Poi la guerra, il fascismo e un’altra devastante guerra mondiale da cui l’Italia esce distrutta. Sembra che manchi ogni presupposto per riavviare nel dopoguerra il confronto tra scienza e società, tra una società italiana alle prese con la sopravvivenza e una scienza depauperata dalle leggi razziali e colpita nella sua dignità dall’acquiescenza verso il fascismo. Invece, alla fine degli anni ’50, il paese vive un’inaspettata primavera con un dialogo tra scienza e società arricchito da innovative dinamiche industriali. Acquistiamo una posizione forte in settori strategici. Il pensiero va all’Olivetti di Adriano Olivetti e Mario Tchou, ma anche all’Istituto superiore di sanità di Domenico Marotta e all’impulso dato allo sviluppo dell’industria farmaceutica. In campo energetico abbiamo le politiche seguite da Enrico Mattei e Felice Ippolito. Nel 1963 Giulio Natta vince il Nobel per la chimica e il pensiero va al suo Moplem e alla Montecatini. Un’Italia diversa sembra possibile. La primavera si spegne però rapidamente. Adriano Olivetti muore improvvisamente nel 1960 (e un anno dopo muore Mario Tchou che dell’elettronica all’Olivetti era stato il protagonista). L’aereo di Mattei cade a Bescapé nell’ottobre ‘62. Marotta e Ippolito sono arrestati per irregolarità amministrative nel ’64 e condannati. Da questi avvenimenti sono passati ormai 50 anni. Cominciano a essere tanti per chi ancora auspica un diverso ruolo affidato al pensiero scientifico e alle acquisizioni tecnologiche per la costruzione di un paese moderno e la realizzazione di una diversa specializzazione produttiva

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